Scartoffie

giugno 8, 2014

C’era una stanza, arredata a professionale, una di quelle con un quadretto di là, uno di qua, e in mezzo solo bianco da fissare quando ci si annoia, per vedere quello che passa davanti agli occhi.
Lui è in piedi davanti al quadretto di là, davanti al quadretto di qua, davanti alla finestra; è calmo, ma non vede l’ora di sedersi e farla finita.

- Di sicuro, quella, è la peggior natura morta che abbia mai visto. Se non la peggiore, la seconda. L’altro non è male invece, sembrava Hopper, da lontano.

Lei resta sull’uscio, un po’ sorride.

- Li fissavo da un po’. Nessun dubbio che tu ci avresti capito qualcosa.

- Io fissavo da un po’ te. Non ti sei mica accorto di niente.

Loro non si vedevano due mesi. Due mesi piuttosto lunghi, incasinati, per entrambi. Erano successe diverse cose che li avrebbero portati lì, eventualmente, nella stessa stanza tutta bianca.

- Ci sediamo e la facciamo finita ora, che dici? Insomma non sono bravo con le attese, lo sai.

- C’è quel baretto giù, prima del ferramenta, con le tende blu e i tavoli stretti, te lo ricordi vero?

- Inevitabilmente.

- Prendiamoci un caffè prima. Scendiamo un attimo, non ti sembra giusto? A me sembra giusto, dopo tutto.

Lei, c’è da dirlo, è sempre stata quella del caffè prima delle cose. Un rito, forse, un’abitudine, una maniera di stare meglio al mondo. Quelle cose che non ti fanno impazzire quando si pensa all’inadeguatezza di certe scelte. Secondo lui, il suo personalissimo modo di avere qualcosa di tutto suo.

- L’ultima che sono venuta in questa parte della città era proprio quel giorno lì, al bar. Non è ironico?

- Ci pensavo prima, tra un quadro e l’altro. Mi sono quasi perso per venire qui, sai, con l’autobus.

- Trentaquattro anni e nessuna intenzione di imparare a prendere un autobus. Che sollievo, certe certezze. A dirla tutta pensavo saresti venuto a piedi.

- Anche io ma insomma, avevo paura di arrivare in ritardo, avevo fretta, volevo sedermi. Nell’ora di punta. Con tre vecchi che vanno al cimitero…

- … ogni quattro stronzi con la cartella alle spalle. Certe cose non si dimenticano.

- Che stronzi.

Giù il bar era pieno, come lui sospettava già da prima di prendere l’ascensore. Non che fosse un gran problema, anzi, lui lì poteva pure non esserci, non era quel tipo di persona che sorride pensando al passato, e l’idea di prendere un caffè al volo al bancone era quello che sperava. Gli avrebbe evitato di doverle parlare troppo a lungo, superando quel limite dopo cui tutto inizia a sembrare di nuovo giusto.

- Me lo ricordavo un po’ più bello, ‘sto posto. Più luminoso. Il vetro là secondo me non era colorato, passava tutto. Ora niente.

- Il caffè però è buono uguale.

- Il più buono della città.

- Il più buono della città, anche dopo aver provato tutti gli altri. Va bene lo ammetto, aspettavo questo momento da quando mi sono svegliata. Ho cercato di non pensare ad altro, solo a questo profumo, solo a noi qui un’altra volta. Un quadretto un po’ retrò.

- Insomma, se c’era posto era meglio. Hai mai visto un quadro con la gente in piedi, al bar? Non mi pare, insomma, è raro. La gente nei quadri sta seduta, mica vuole passare l’eternità in piedi. Anche i pittori sanno essere pietosi.

- Vabbè, “insomma”, tu zitto non ci stai mai eh.

Senza dubbio il tempo stava passando più lentamente della prima volta che erano andati lì. Quella volta sembrava un attimo ma fuori s’era fatto buio, la gente era tutta uscita, il barista gli aveva fatto sapere che avrebbe chiuso a breve. Certo era inverno, certo era ancora uno di quei locali come una volta, che a cena si chiude, mica si fa l’aperitivo, ma c’era anche tutta un’altra aria, forse; o era l’aria, o erano loro.

- Quella maglietta.

- Mh?

- Quella maglietta. Dovevi proprio metterti quella maglietta.

- Cos’ha che non va, questa maglietta. È bellissima, la mia preferita, lo sai benissimo anche tu.

- È gialla. Gialla fluo. E quelle scritte sono viola, sai.

- Perché sono parole importanti e devono attirare l’attenzione, come i fiori che hai sulla gonna.

- Ma cosa cazzo dici.

- Sì dai, delle gardenie colorate che urlano guardami anche quando sono nel cassetto.

- Gardenie… Sono tulipani blu, chiaramente, e non urlano un cazzo di niente se non “coglione” a quelli con le magliette gialle. Ma poi come ti sono venute in mente le gardenie, dai, cazzo. Le conosci solo tu, le gardenie.

- Vabbè senti cosa ne so io di fiori.

- Dice molto, infatti.

- Eh?

- Niente.

Quello che non volevano accettare era quanto fossero cambiati, loro, in quei due anni, senza accorgersene; cambiati nel modo stronzo in cui ti cambia l’età, lasciandoti uguale e con sempre meno vie d’uscita.
Una sedia si era liberata. Due sedie si erano liberate. Il bar si svuotava, con calma, alle 3 del pomeriggio, mentre loro facevano finta di stare bene, in piedi, parlando da soli.

- Dovremmo andare su.

- Dovremmo parlare ancora un po’.

- Sì, ma dovremmo anche andare su

- Sono stanca di

- Anche io sono stanco, qualsiasi cosa tu volessi dire.

- Sono stanca di aspettare. Mi sembra di aver passato anni ad aspettare, anni ad aspettare te, anni ad aspettare con te.

- Abbiamo fatto del nostro meglio.

- Siamo solo due passeggeri, costretti a stare in piedi. Lo siamo stati per troppo tempo e me ne sono resa conto troppo tardi. Voglio sedermi, da sola. Voglio guardare fuori senza nessuno davanti a me. Voglio il mio posto, la mia direzione. Io non… parlare in questo modo è orribile, ma non so come altro dirtelo.

- Basta.

- Scusa.

- Ma ti pare il

- Scusa per non averti mai detto la verità.

Arrivati su firmarono i fogli del divorzio e si salutarono in fretta. Lei uscì chiudendo la porta, lui rimase nella stanza, dandole le spalle. Andò verso la finestra e l’aprì; prese una sedia e la poggiò lì vicino. Dalla strada saliva odore di pioggia.

 

Per caso

febbraio 14, 2014

“Quarta traccia, minuto 2, secondo 37. No.
Prima traccia, primo verso, seconda frase. No.
Quinta traccia, minuto 3, secondo 52. Forse.”

Era un po’ un’ossessione, la sua, quella di cercare la frase giusta per il momento giusto. L’idea che tutto si sarebbe risolto semplicemente trovando quei secondi di una canzone in grado di descrivere un momento e spiegarlo agli altri. Moriremo soli ma le canzoni non ci lasceranno mai, diceva qualcuno, o forse lo diceva lui; tra tutte le frasi fatte che usava era difficile capire quali fossero citazioni da Alta Fedeltà e quali semplici lampi di genio. Se devo essere sincero, credo fossero di più le prime.

“Eppure l’ho sentita, ne ricordo gli schiaffi.”

C’era sempre di mezzo una ragazza, chiaramente. Non è che stesse male per cose serie, anche una tipa conosciuta per caso e mai più rivista poteva mandarlo nella crisi più disperata, quindi immaginate quando in effetti una di quelle diventava cosa serie. Immaginate i dischi ovunque, i vinili sparpagliati, i file scaricati alla rinfusa, i pezzi ascoltati una ventina di secondi alla volta, una roba che stare nella stanza di fianco era un incubo. Naturalmente non si metteva le cuffie, voleva far sapere a tutti che stava andando tutto a puttane.
C’erano momenti peggiori e momenti peggiori, ma forse il peggio del peggio arrivava quando voleva attirare l’attenzione delle amiche. Le mie amiche. Montagne di canzoni più o meno belle buttate alla rinfusa su ogni pagina di social network in cui sapeva che anche lei avrebbe letto e pezzi orribili che faceva finta di apprezzare solo per fare bella figura, e io lì a far finta di niente. Mi piace, piace a lei, piace a 34 persone, piace all’anima sua che riposi in pace. Fortuna che quei periodi duravano poco e la mia vita sociale poteva tornare a basarsi su delle interazioni personali basate sull’essere amici e non strumenti ad uso fregna.

“Cosa cazzo c’è che non va. Cosa. Cazzo. C’è.”

Questa volta però era diverso, più nervoso, meno lo faccio perché lo voglio e più lo faccio perché devo, come se fosse davvero l’unico modo per uscirne, davvero l’unica soluzione al problema. Per quanto potesse crederci le altre volte, questa volta sembrava serio davvero, e c’era solo da capire se fosse colpa sua o colpa sua di lei, la sua ragazza, quella che era una mia amica e poi i social network e via di là. La verità è che pure io sto un messo male in questo momento e la situazione non aiuta. Potrei andare di là e dirgli “senti, vaffanculo, andiamo a berci una birra” ma no, io non ne ho voglia di bere una birra con lui, voi non avete idea di che cosa voglia dire. I silenzi, le pause, le contemplazioni. Non so mai cosa cazzo dire quando esco da solo con lui. Potrei andare di là e fare finta di niente aspettando che si accorga della mia presenza, che magari inserire un elemento di disturbo passivo potrebbe aiutare a rompere quel circolo vizioso di pensieri in cui si è infilato. La verità è che lo sta già facendo adesso, mentre scrivo queste quattro parole, e non si sta accorgendo di un cazzo di niente.
Potrei andare di là e chiedergli se si ricorda di quando Irene mi lasciò e di come lui invece mi lasciò trattare male tutti i suoi dischi per farmela passare. È strano, lui, ma è anche un amico.
Che poi la storia con Irene fu un disastro sotto ogni punto di vista, ma c’è da dire che ci guadagnai un sacco di dischi. Delle ragazze ti restano solo i dischi, diceva lui, e aveva pure ragione.

“Siete voi e non sono io o sono io e non siete voi?”

Chiaro che qualcosa, a questo punto, dovevo pur fare. Chiaro che a questo punto Irene aveva messo le tende nella mia testa e non se ne voleva andare. Chiaro che di chiaro non c’era più un cazzo e stavo sbroccando anche io, e allora niente, vado di là e prendo quel disco che lei si dimenticò a casa mia e che mai ebbi il coraggio di restituirle. Lo riascolto tutto velocemente e capisco dove avevo chiuso tutto quello star male. Scelgo la canzone, scelgo il secondo, entro in camera, lo metto su e aspetto di vederlo piangere.

“Non mi vorrai dire che Irene, adesso, è servita a qualcosa.”

Ultima traccia, secondo 52: io non voglio più restare qui con te.

Quella volta, un mio amico

dicembre 16, 2013

Era quel momento di una festa in cui quasi tutti se ne sono andati via e chi è rimasto si sta preparando a farlo. La musica è bassa come le tre o quattro conversazioni che si stanno concludendo in punti lontani della casa.

- Dovrei proprio andare adesso, mi sono svegliato alle cinque per prendere quel cazzo di treno.

Seduti al tavolo in cucina erano rimasti il padrone di casa, Davide, e un amico, Francesco, che non vedeva da mesi.

- Un’ultima birra insieme e poi te ne vai, dai, come quando non avevamo orari e stavamo più  male che bene.
- Bei tempi oh.
- Bella merda.

La porta si era ormai chiusa due o tre volte senza che lui avesse salutato nessuno ma di fare gli onori di casa lui di certo non ne aveva voglia e di fare una brutta figura di certo non gliene fregava molto, e fortunamente c’era lei che dopo l’ultimo invitato ha detto ciao ed è andata a letto.

- Non prendermi per un cliché se ti dico che la tua ragazza è una santa.
- Lascia perdere, mi merito due schiaffi più di quanto mi meriti lei. Tu invece ti sei ripreso, vedo, e non ho intenzione di toccare ancora l’argomento ma insomma, l’ultima volta che ti ho visto stavi una schifezza.
- Meno male che non tu non sei cretino come tutti gli altri che mi hanno più o meno fatto l’interrogatorio. M’è toccato rispondere male a più o meno a tutti ‘sti deficienti.
- Lo so, non si rendono conto, ma erano preoccupati tanto quanto.
- Mi fa piacere.

Le birre erano ormai finite ma nessuno dei due aveva intenzione di alzarsi da quelle sedie. Davide allungò un braccio, aprì la finestra e si accese uno spinello.

- Vuoi?
- Lo sai che non ho mai iniziato.
- Volevo solo assicurarmi che non avessi mai ceduto.
- Ti dirò, ogni tanto mi fumo una sigaretta, che forse è pure peggio.
- Fanculo se devi fumare fumati dell’erba, non quella merda.
- Lo so, ma per giustificarmi se vuoi ti racconto di come ho cominciato. Non è lunga.
- Eh, quello stanco sei tu, mica io.
- Vabbè, che cazzo. Era estate, luglio, stavo su un regionale veloce di quelli che di veloce non hanno un cazzo e si fanno kilometri e kilometri di campagna senza fermarsi in una stazione, giusto per dare un’idea di quanto siano trafficate. Insomma ero in viaggio da un’ora, saranno state le 9 del mattino, quando ‘sto cazzo di treno si ferma in mezzo al nulla all’altezza di un altro treno che viaggiava in direzione opposta. Da dove ero seduto io il finestrino dava proprio su quello dell’altro treno, potevo vedere i passeggeri, capisci? Come uno specchio dall’altra parte era seduta una ragazza stupenda, di quelle che piacciono a me con i tagli alternativi la gonna e gli anfibi. Tipo, non è che potessi vederle le scarpe, ma me l’ero un po’ immaginato.
- Io ti apro una birra eh.
- Te ne prego. Comunque, sta di fatto che questa dopo cinque minuti si alza e si mette a fumare dal finestrino, quindi mi alzo anche io ché mi pare di essere in un film e sai come sono fatto e per attaccare bottone le chiedo se ha una sigaretta, faccio un tiro e bon, è andata così. Il treno è ripartito poco dopo.
- Ma che vi siete detti, avrete parlato no? Non può mica finire così. Uno dei due s’è infilato nel treno dell’altro? Te la sei limonata, almeno?
- No, magari, a dire il vero non so nemmeno il suo nome. È stato tutto così estemporaneo che non abbiamo fatto in tempo a scambiarci nessun contatto. So solo che la amo.
- Come al solito.
- Stava leggendo Zadie Smith e quando le ho detto che è la mia scrittrice preferita mi ha risposto “sento che sarà anche la mia”. Dai cazzo.
- Sai dove andava? Da dove veniva?
- No, un cazzo.
- Sei il peggior conversatore che io conosca.
- Dopo la morte la mia unica certezza.
- Quindi il piano per ritrovarla qual è? Ti conosco abbastanza da vederti fare ricerche ossessive su facebook su gruppi tipo “mi piacciono i treni”
- Vaffanculo, c’era troppa gente.
- E allora, ci hai rinunciato dopo solo 4 mesi?
- Più di cercarla sui treni di quella tratta non so che fare, e non è che posso prendere due treni al giorno solo per trovare una ragazza.
- Beh l’avresti fatto.
- Beh avevo del tempo da perdere.
- Scrivi qualcosa sull’internet. Apri un blog. Scrivi l’aneddoto. Un racconto.
- E poi spero che cerchi su google “l’ho conosciuta sul treno + finestrino + toscana”?
- Tu lo faresti. 20 euro che questa è una matta come te, e poi l’hai detto tu che dal finestrino era come uno specchio. Magari non era solo un’impressione. Magari era un segno!
- Quando fai parlare la droga diventi bellissimo, Davide.
- Sono serio e in pieno possesso dei miei ragionamenti.
- Vabbè, un racconto, facciamo che ci penso, è un po’ che non scrivo.
- Scrivevi da dio, testa di cazzo. Intitolalo “quella volta un finestrino”.
- Lo sai che quasi quasi è pure bello. No, non ti darò questa soddisfazione, lo sai che sono geloso e possessivo e voglio prendermi tutti i meriti. Cristo che sonno.
- Senti fermati qui, ti sistemo il divano.

Dopo cinque minuti e un abbraccio si erano già salutati. Quando Francesco spense la luce la finestra della cucina era ancora aperta. Dalla strada arrivavano freddo e risate. Forse questa volta sarebbe rimasto ancora un po’.

Dediche

settembre 20, 2013

Nell’ultima pagina c’è scritto il tuo nome, tutto sbavato. Ad uccidermi ci si sono messe pure le pagine vuote, come se non fosse bastato tutto il resto; ci si sono messe pure quelle pagine bianche senza significato, senza significato per anni, per noi, ma che adesso per me, per ora, l’unico significato è ricordarmi di te. Prima neanche ci facevo caso al tuo nome in fondo ai libri, o alle dediche all’inizio, anche se erano per me, solo per me, o alle frasi alla fine di ogni capitolo. Scrivevi quel che avresti voluto leggere e quel che era giusto accadesse, secondo te, che nei libri non succede mai quello che vogliamo e ci tocca accontentarci. Tu no, tu di certo non ti accontentavi e che certe storie prendessero certe pieghe proprio non ti andava giù; allora inventavi, ti piaceva stravolgere i lieto fine, uccidere la gente, innamorare gli impossibili. Avevi tanta fantasia in quella testa di cazzo che avresti potuto trasformare la bibbia in un romanzo giallo e farlo andare bene comunque. Una volta mi hai detto che piuttosto di finire quel libro avresti strappato l’ultimo capitolo e non ti ho mai detto che quando l’hai fatto davvero ti ho trovata ridicola e non ti ho creduto neanche per un momento. Se ti interessa continuo a non crederci, ma non credo, e non credo nemmeno che tra tutte le storie che non ti sono piaciute, tra tutti i prologhi che hai bruciato, tra tutte le frasi che hai cancellato questa invece ti vada bene.  La prima volta che ti ho vista eri ubriaca, leggevi Salinger ad alta voce e nessuno ti ascoltava. Avevi appena letto le parole “in fretta e lentamente” quando ti sei lanciata contro la finestra e hai gettato via il libro, dicendo poi che non si può finire un libro con un avverbio è assurdo fa schifo non è all’altezza. Neanche ti conoscevo, già ti amavo, il libro nemmeno era tuo e quando ho provato a farti notare che fosse tradotto e non era proprio colpa di Salinger mi hai dato un ceffone e sei andata via. Ti ho rivista dopo due mesi, non ricordavi un cazzo, ho sempre omesso quell’ultimo dettaglio; volevo tenerlo per la giusta occasione. “Il giorno in cui mi sono innamorato di te mi hai tirato un ceffone”, ed eccola qui insomma, la giusta occasione, mentre ti aspetto per aiutarti a portare via le ultime cose. Anzi no magari non ti aiuto, vaffanculo, oggi la storia la cambio io.
Qui le pagine bianche sono finite e non ti ho lasciato spazio per dire la tua. Non barare, non cambiare il ricordo che ho di te, tanto la tua fantasia non riuscirebbe a fare di meglio.
Ah, il libro l’ho trovato sotto il letto, lo hai dimenticato quando sei andata via. È uno dei primi che abbiamo comprato insieme, sicuramente te lo ricordi, ma nell’ultima pagina c’è scritto solo il tuo nome, tutto sbavato, quindi è tuo. Quando l’hai scritto avevi le mani bagnate. Pioveva. Secondo me stavi piangendo.

Spigoli

luglio 25, 2013

Non era stato a casa di lei molte volte, cinque o sei al massimo, e tutte quelle volte era troppo distratto dal volerle stare vicino per ricordarsi la disposizione di ogni singolo mobile come fosse casa sua. A casa di lei lui guardava lei, non la casa. A casa di lei la guardava più che poteva perché sapeva che poi per un po’ non l’avrebbe rivista e doveva farsene una ragione. Succede che lui è a casa di lei ma deve lavorare al computer qualche ora di notte mentre lei dorme. Succede che salta la luce e l’unica fonte di salvezza, il cellulare, è nella stanza con lei, spento, dall’altra parte della casa. La casa è molto grande ma stretta, con librerie a decorare questi corridoi così angusti da pensare perché cazzo uno dovrebbe metterci pure delle librerie se già ci si cammina a fatica. Lui queste librerie mica le conosce bene, sa che c’è il tavolino vicino alla porta in salotto per andare in cucina ma il resto è buio, come la casa, come il palazzo, come tutta la strada fino all’incrocio.
Ha sempre pensato che gli spigoli siano belli, sulle cose e sulle persone, ma al buio il discorso cambiava, soprattutto se si era scalzi. Al buio gli spigoli di lei diventavano linee da tracciare finché non ci si addormetava; gli spigoli delle sue cose, invece, diventavano minacce. Pensò che tanto valeva farsi strada, piano piano, e nulla sarebbe potuto andare storto; era al buio, mica scemo. Ad ogni passo tra il salotto e la cucina gli sembrò di tornare indietro alla prima volta che andò da lei, a casa dei suoi genitori. Dovevano fare piano e non potevano accendere la luce perché il padre dormiva sul divano; ridevano con la mano davanti alla bocca, lasciandosi andare solo in cameretta. Superata la cucina pensò che non ci fosse metafora migliore per descrivere l’amore prima dei diciott’anni, e che non ci fosse sensazione migliore di quella parvenza d’illegalità da affrontare in punta di piedi.
Il corridoio invece era come loro; sembrava un casino a pensarci, ma al buio era tutto molto più semplice. Bastava appoggiarsi alla parete e seguirla, ed era un po’ come appoggiarsi l’un l’altro in quei momenti un po’ sfortunati, o prendersi per mano. Pensò che non ci fosse metafora migliore di quella per descrivere la sua idea d’amore, e anche se in quel momento era da solo si rese conto che ricordarla camminare per la casa era l’unica cosa che lo faceva proseguire con sicurezza.
Appena raggiunta la porta della camera vide dalla finestra la luce dei lampioni. Sollevato, accese la luce in camera, si imbabolò un attimo a guardarle uno zigomo e, facendo un passo avanti, diede un tremendo calcio alla porta, svegliandola.
Prima che lei potesse chiedergli niente lui era già scoppiato a ridere.

Una faccenda seria

marzo 22, 2013

Lo diceva il libro che stava leggendo: “perdere è una faccenda seria”; ci si era soffermato più volte, spesso tornando indietro, come se il punto fosse tutto lì ma ci fosse ancora qualcosa di poco chiaro. Perdere è una faccenda seria, lo diceva il libro che stava leggendo da troppo tempo, gli piaceva così tanto che aveva paura di finirlo e ne leggeva un pezzo ogni tanto, rilleggendo i primi pezzi ogni poco; a volte pensava che se si potesse rigurgitare e rimangiare farebbe lo stesso con il cibo, immaginava che il principio fosse lo stesso, e in effetti tanto torto non aveva. Perdere è una faccenda e gli piaceva l’uso di “faccenda” al posto di qualsiasi altra cosa, tipo “cosa”, appunto; “faccenda” dava della concretezza alla cosa, si poteva sentire, si potevano immaginare gesti e parole e tutto il resto, e poi quel “seria”. Gli sembrava stupido sottolinearlo ma la serietà di certe perdite era innegabile e doveva essere presa con la giusta misura. Si creano contesti per i quali non tutto è come prima e non tutto quindi va trattato come prima; dopo una perdita le cose cambiano, e anche cambiare è una faccenda seria.
Il fatto è che dopo la sua, di perdita, quella frase gli attraversò la memoria come una freccia, con impareggiabile dolore. Stava tutto nel rendersi conto che perdere qualcosa, perdere una persona, non voleva dire perdere solo quella cosa; stava tutto nel rendersi conto che “perdere” ha tante sfumature, tutte efficaci. Quando lui aveva perso quella persona aveva anche perso con se stesso e quale fosse la competizione non lo sapeva, ma la sensazione era quella. Perderla per lui era stato uno di quei momenti da cui non si torna indietro, dopo cui il passato non si può più vomitare, né vedere, né pensare. Aveva perso la voglia, o forse la capacità, di gareggiare in quella competizione lì che non sapeva cosa fosse ma che gli faceva comunque schifo.

C’è un aneddoto legato a quel libro lì, una faccenda che lui aveva sottovalutato fino a quando non aveva pensato così tanto da mettere insieme tutti i pezzi, senza processo logico, quasi inconsciamente. Quel libro glielo regalò lei, il primo di una breve serie, e ora che ci pensava gli sembrava tutto terribilmente stupido. Non lo aveva letto quando era tempo, ma aveva fatto finta; le aveva detto una frase paracula tipo “carino ma dovrei rileggerlo, certe cose non mi sono chiare” evitandosi così troppe domande; era bravo a parlare di libri che non aveva letto, avrebbe dovuto fare il giornalista. Lo lesse a partire dal giorno esatto in cui lei se ne andò, tanto disperato da credere che così l’avrebbe tenuta vicina ancora un po’; un mese dopo scoprì che perdere era una faccenda seria; sei mesi dopo capì che perdere porta a cercare e trovare, entrambe faccende piuttosto serie.

La sua frase ad effetto preferita era “delle donne restano solo i libri” e di solito seguiva la storia di quando lei lasciò lui e lui trovò cose di cui si era dimenticato, di quando si rese conto che andare avanti era facile e che perdere era una faccenda seria, ma non per questo interamente negativa. Diceva tutto questo come se fosse rinato, come se avesse trovato una felicità prima impensabile, ma quasi tutti sapevano che non era vero. Perdere significava inziare ad accontentarsi, imparare ad adeguarsi, amare senza convinzione, scopare senza ricevere libri; cambiare era solo un’impressione, cambiare era dire “non sono mai stato meglio” e andare a casa a leggere quel libro, per l’ennesima volta, con il solo scopo di sorridere davvero. Perdere per lui era significato imparare a mentire con gli altri e a essere sincero con se stesso. Adesso qualsiasi cosa sarebbe accaduta poco importava, l’avrebbe affrontata con la stessa testa di cazzo di sempre, ricordandosi però che un po’ tutto, alla fine, è una faccenda seria.

Atti.

ottobre 12, 2012

Tenersi per mano finché si poteva, lasciarsi all’ultimo, senza avere il tempo di tornare indietro. Era sempre peggio, così, sempre una cesoiata sullo stomaco, un taglio netto dove già faceva male. Ho sempre pensato che l’importante fosse salutarla quando c’è ancora tempo per tornare indietro, salutarla un’altra volta, farlo meglio; e poi arrivare in stazione da soli, non lasciarle vedere il treno, non lasciarsi stringere su un binario vuoto, farsi chiudere le porte alle spalle con la scusa di non essersi accorti del tempo, quello che passa come una fucilata tra le costole.
Salutarsi in stazione è un atto di inevitabile egoismo.

-

Andava così: ci guardavamo nelle pozzanghere, gli ombrelli ci sembravano una cazzata e di certo a casa non ci pentivamo d’esser fradici. Prenderci tutta la pioggia che volevamo era un piacere che nessuno ci avrebbe tolto, né da soli né insieme né con altri poi, un giorno, ché le cose cambiano ma la pioggia no e arrivando restando o partendo è sempre qualcosa che servirà a differenza delle stazioni che quando arrivi sono bellissime e quando vai via sono una merda. La pioggia fa bene quando stiamo male e fa meglio quando stiamo bene e se la pioggia inizia a far male la si è condivisa troppo e certe cose non dovrebbero mai finire di essere proprie, di me di te di lui di lei; non c’è nostro senza il mio e il tuo e le cose, comunque, si fanno in due. Ci guardavamo nelle pozzanghere e capivamo che volersi bene significa guardarsi nel modo giusto, al momento giusto. Tornavamo a casa fradici ed era anche una scusa per ridere spogliandosi a vicenda.
Salutarsi sotto la pioggia e poi separsi per camminarci in mezzo da soli non è un atto di inevitabile egoismo.

-

C’è che lui arriva in stazione mentre piove e lei lo aspetta senza ombrello vestendo le pozzanghere di rosso con quel vestito scelto apposta. Ha camminato dieci minuti facendo il giro lungo per camminare di più, ha i capelli bagnati, sorride mentre lui terribilmente asciutto si bagna la faccia con le sue guance un po’ rosse anche loro. Stanno lì fermi mentre persone con ombrelli giganti corrono e si lamentano al loro fianco e altri sbuffano mentre per poco nella fretta non gli danno una spallata contro. Stanno lì, fermi, in mezzo al movimento, guancia sulla guancia, un sorriso che continua l’altro; stanno lì, zitti, in mezzo a chi parla troppo. Sanno entrambi che quella giornata non finirà bene anche se continuerà a piovere, sanno entrambi che così non va; lui sa che l’indomani quando andrà via lei in stazione ci sarà in quell’atto di inevitabile egoismo che non avrebbe mai fatto prima quando si era soliti salutarsi a metà strada sotto il portico, fare qualche passo e tornare indietro a bagnarsi le guance con il paio di lacrime che scendono e basta, senza rumore; lei sa che l’indomani quando lo vedrà salire sul treno sarà l’ultima volta che lo vedrà e che dopo, tornando indietro, lui non le mancherà affatto. Sanno entrambi che quella è l’ultima pioggia loro, di entrambi, ma fanno finta di niente e stanno lì, fermi, in mezzo al momento.
Salutarsi in stazione sotto quella pioggia è un atto inevitabile.

Con tutte quelle cose.

marzo 26, 2012

Lei uscì di casa urlando un vaffanculo che rimbombando nel pianerottolo uscì dal tetto. Lui era in salotto che susurrando bestemmie cercava di non calpestare tutti i libri e i dischi come fossero bombe sparse sul pavimento. Un attimo dopo era ancora lì, le labbra coperte di sangue.
A lui piacevano un sacco le pile di libri e dischi, fintanto che non si mischiavano. Gli piacevano un sacco tutte quelle cose così unite e compresse, gli piaceva la spontaneità con cui il suo di lui e il suo di lei diventavano il loro. Ha sempre pensato che quelle pile di cose fossero le colonne portanti della loro relazione e che se fossero crollate sarebbero crollati anche loro. Un amore architettonico basato sugli interessi, soprattutto non comuni, che nelle relazioni basate sugli interessi comuni lui non ci ha mai creduto; non ne sopportava l’idea. Non sopportava l’idea di vedere una persona chiudersi nei propri gusti ed aprire la porta solo a chi li avesse accettati, quei lenti treni diretti sempre nello stesso posto che accolgono sempre gli stessi pendolari annoiati. Lui ha sempre pensato che prendere treni diversi e opposti fosse necessario per una buona convivenza, che a star sempre sullo stesso treno dopo un po’ ci si spara in testa. Quindi lei andava alle partite mentre lui andava ai concerti punk e tornati a casa facevano l’amore, circondati da pile di cose, mai sconfitti nella loro diversità.
Un’ora dopo era ancora lì.
Lei tutto questo lo dava un po’ per scontato. Non che l’importanza non fosse la stessa, ma non sentiva il bisogno di sottolinearlo, non pensava che le cose dette più di una volta avessero più significato, anzi, secondo lei a furia di rimarcarle le cose perdono pezzi, e senso. Nelle relazioni basate sui ti amo quattro volte al giorno lei non ci ha mai creduto; non ne sopportava l’idea. Non sopportava l’idea di vedere quel già esile concetto andare ulteriormente a pezzi, e se poteva darlo per scontato allora poteva crederci e credere nello scontato per lei era fondamentale per una convivenza sensata e priva di pressioni. Questo voleva e questo aveva per la maggior parte del tempo, con lui, che ogni tanto le cose le rimarcava ma lo faceva nei momenti giusti, e a lei solitamente andava bene.
Un’ora, venti minuti e quaranta secondi dopo lui era ancora lì.
Fermo sul pavimento che non era mai stato così incasinato, steso con il viso tra il suo primo disco di Nick Cave e un libro che gli piacque poco, Cosmopolis, ma a cui teneva perché comprato con lei un pomeriggio, poco minuti dopo che, sempre lei, gli disse che il suo regista preferito ne avrebbe tratto un film. Fermo, steso, pensava che quel libro lo avevano letto entrambi in due sere, a letto, condividendo la stessa idea su quel finale, brutto, buttato lì e privo di senso. Era una delle poche cose di entrambi, forse l’unica, mai stata di lui e mai stata di lei, solo di loro, e ora non sapeva che farne. Le cose sue di lei se le era già portate via quell’ora e trenta minuti scarsi prima; erano un sacco di cose e lui ancora non si capacitava di come avesse fatto a farle stare tutte in quel borsone e a farlo in così poco tempo, come se lo avesse saputo prima. Decise di lasciare il libro in mezzo alla stanza mentre rimetteva a posto tutto il resto nelle pile di cose sue, di lui.
Lei tre ore prima era tornata a casa da lavoro senza un briciolo di felicità in corpo. Era stanca e insoddisfatta e quella casa gli faceva venire da vomitare, avrebbe volentieri cambiato aria, vestiti, capelli; avrebbe volientieri fatto il giro del mondo per qualche mese con due valige e quattro cose e lo avrebbe fatto con lui e lui lo sapeva bene. Non possiamo andare via era quel che le diceva sempre. Non possiamo andare via e non ce lo possiamo permettere. Un po’ aveva ragione, ma lei sapeva anche che lui non sarebbe mai andato via perché a lui quelle pile di cose piacevano così tanto che non aveva il coraggio di lasciarle lì, lasciarle alla madre, lasciarle a chissà chi. Che se c’era da partire quelle cose dovevano restare indietro e lui non poteva farlo.
Lei si stava spogliando quando per sbaglio scontrò una pila di dischi facendoli rovinare per terra in un fracasso tale che sembrava avessero deciso di suonare tutti insieme. Lui entrò in salotto chiedendole cosa cazzo stesse combinando e di stare più attenta, che i dischi si rompono, e allora lei prese le altre pile di cose e buttò tutto a terra. I dischi tutti a terra; i libri, tutti a terra. Prese un borsone ed iniziò a riempirlo, il volto coperto mascara colato, andando a tastoni sul pavimento e schiacciando tutto quel che aveva davanti. Prese Cosmopolis, lo guardò un attimo facendo una smorfia e glielo scagliò addosso così forte che gli colpì un labbro, spaccandoglielo. Lui un attimo prima era fermo e immobile, il volto coperto di lacrime e incredulità.
Poi il vaffanculo.
Nel spostare cose sporcò tutto di sangue e lacrime e più metteva a posto più si rendeva conto dello spazio che gli era rimasto e di come mai nella vita sarebbe riuscito a riempirlo, da solo. Si girò verso quell’unico libro in mezzo alla stanza, non riusciva a credere a quanto spazio potesse occupare un libro così piccolo se messo nel posto giusto. Rimase lì a guardarlo, fermo e immobile, con il sangue che lentamente gocciolava sul pavimento, cercando una spiegazione per quel brutto finale; il loro.

Mi hai spezzato l’hardcore.

dicembre 28, 2011

Che lui era tipo uno di quelli col muso sicuro e i capelli cortissimi che andava ai concerti punk hardcore per fare del ballo una violenza e pogare e mettersi le mani sulla faccia dando gomitate buttandosi dal palco fare leva per gli altri aiutare chi non ce la faceva più, pogava ballava violenza cantava e piangeva solo ai concerti dei Gazebo Penguins, piangeva pogava le mani sulla faccia e gli altri lo abbracciavano duro tipo intesa virile che in certi film fa piangere certa gente. Tipo la persona più buona del mondo che mette su i Black Flag e poi ti picchia. In una di quelle sere come tutti gli altri pogo conobbe lei e lei era tipo uguale a lui che pogava ballava violenza cantava e aveva i capelli corti rasati ai lati e in cima ‘sti ciuffi colorati che pareva pogassero anche loro. E lui allora due canzoni e le prese la testa le baciò ‘sti ciuffi colorati e lei se la rideva anche se incazzata che come poi avrebbe scoperto con uno schiaffo i ciuffi non si toccano diobono i ciuffi sono importanti i ciuffi sono miei. Poi due ore dopo nel corridoio del cesso a parlare di pettinature come arma d’emancipazione troppo ubriachi e troppo sbattuti per capirci qualcosa davvero ma lui ascoltava ascoltava la guardava e ascoltava. Due giorni dopo altro concerto altro pogo lei di nuovo lì e lui di nuovo lì pogavano ballavano violenza cantavano e il giorno dopo ancora di pomeriggio per strada il primo incontro alla luce del sole e quei ciuffi erano belli e duri ed emancipanti proprio come aveva immaginato al buio di quei locali che piacciono a lui perché la birra costa pogo. Gli amici sono contenti gli amici dicono che insieme sembrano la loro canzone preferita dei Dead Kennedys gli amici quando escono con loro un po’ sono invidiosi perché loro nel pogo ci hanno trovato solo dei pugni. Passano giorni passano mesi passano cose arriva un anno e dopo due e un giorno in una di quelle sere come tutti gli altri pogo un crack. Non si capisce bene perché non si capisce bene per cosa ma là nel corridoio del bagno di uno di quei locali dove la birra costa pogo si è spezzato qualcosa. Lui non pogava più e lei non pogava più lui aveva il muso spento e lei i capelli lunghi ai lati lui non la pogava più e lei non lo pogava più. Gli amici lei nel locale non la videro più, gli amici lui lo accompagnarono a farsi il tatuaggio di un hardcore tagliato a metà sul petto e ogni volta che ne parlava tirava fuori storie e metafore e chi ascoltava un po’ lo consolava e un po’ se la rideva perchè quella frasi lì era ridicola. Con il muso spento e il petto tatuato ai concerti punk hardcore lui ci andava ma non pogava niente violenza forse ballava ma più che altro piangeva piangeva senza piangere davvero senza lacrime senza Penguins e senza lei che lui affanculo non ci avrebbe mai mandato e non era una cosa da sottovalutare. Con i ciuffi spenti ed i capelli lunghi ai lati ai concerti punk hardcore lei ci andava ma non pogava niente violenza forse ballava ma più che altro urlava urlava senza che nessuno la sentisse urlare davvero senza parole senza Penguins e senza lui che lei affanculo ci aveva già mandato e non era una cosa da sottovalutare. Passano giorni non passano mesi e lui per sbaglio la vede e lei per sbaglio lo vede, uno che piange senza lacrime davvero e una che urla senza farsi sentire davvero, lui che le urla mi hai spezzato l’hardcore indicandosi il petto tatuato e lei che gli tira uno schiaffo senza lacrime con cinque dita e sei parole. Tu mi hai spezzato il cuore.

I dischi.

novembre 8, 2011

Tu metti il disco e lei lo leva. Tu metti il disco, e lei lo leva. Tu metti il disco. Lei lo leva. Che detta così sembra una metafora del cazzo, ma mica lo è. Tu metti il disco e lei lo leva e di solito sarebbe che tu metti il disco e poi ti fai cazzi tuoi. Metti il disco e ti sdrai sul divano. Metti il disco e cucini. Metti il disco e scrivi. Metti il disco e ti fai un sega, che farsi i cazzi propri vuol dire proprio e soprattutto quello. E invece arriva lei e lo leva. Lei che quel disco te lo ha pure regalato, che lo avevi solo in vinile, il vinile di papà, ed era vecchio e rovinato. Lei alla quale eri convinto che quel disco piacesse, ma poi ci pensi bene e non riesci a ricordare la prima volta che lo avete sentito insieme, giusto perchè insieme non lo avete mai sentito. E al perché ci hai pensato, ci hai pensato tutte le volte che lei ha levato il disco e ti sono venuti i nervi. Perché? Poi glielo hai chiesto, perché, e lei ti ha detto perché fa schifo. Tu la ami e a lei fa schifo il tuo disco preferito e ti senti come tradito dentro, che se a lei fa schifo il tuo disco preferito è un po’ come se le facessi schifo te. E lei ti dice che tu non sei mica un disco sempre tutto uguale, che tutti facciamo schifo ogni tanto ma mica come un disco che se fa schifo fa schifo per sempre. E allora sorridi perché ha ragione. Poi metti il disco e prima che lei provi a levarlo le dici che quando facciamo schifo è bene sopportarsi, almeno una volta. E lei sorride perché hai ragione. Alla fine c’è un gran silenzio ed è tutto come prima, credevi sarebbe cambiato qualcosa ma non sembra esser cambiato niente. Tu sei lì che rimetti il disco a posto e lei è là sempre più convinta che quel disco faccia schifo. Lei ti dice pure che la vita va avanti lo stesso e tu non dici quel che pensi davvero, non le dici che secondo te la vita è anche e soprattutto i dischi.
Poi il disco te lo porti pure per andare a lavoro perché la stagione è perfetta. Dal finestrino della corriera vedi palazzi alberi e lampioni ricoperti di quella nebbiolina che rende tutto più freddo e tutto più bello, almeno secondo te, e mentre il disco continua finisci per pensare a lei. Pensi a lei tra la nebbiolina e tutto sembra più bello per davvero, e allora sorridi perché avevi ragione.

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