Una domanda come le altre.

luglio 27, 2011

Seduto al bar, solo, bevo il mio solito caffè. E’ una giornata come le altre, quelle del sole, la gente, il lavoro, Fabio, il cameriere di fiducia, quello che appena mi vede mette su una tazzina senza dovergli dire niente, solo un gesto con la mano e un sorriso d’intesa. A volte vorrei spezzare l’abitudine, ordinarne due e sentirmi come in un film, ma non ho abbastanza carisma e mi sentirei solo uno stupido con due caffè. Resto seduto quattordici minuti, sempre, dal lunedì al venerdì, osservo la gente agli altri tavolini, quella che passa in fretta, quella che ti guarda con aria strana e vorresti tanto capire perchè, manco avessi ordinato due caffè, per dire. -“Ciao” -“Ciao” Passano persone conosciute di sfuggita a qualche festa in casa d’altri e di cui conosco solo il volto, dovessi parlarci al telefono sarebbe imbarazzante “Marco.. Sandro… Giovanni, ma sì, Giovanni!” chi cazzo fosse Giovanni non lo so, spero quello con i labbroni alla Lee Marvin che mi ha parlato per mezz’ora del suo impianto stereo. Sembra non esserci alcun abitudinario delle 14 e 30, solo io e i piccioni e manco sono sicuro che siano sempre gli stessi, magari quelli di ieri sono morti sotto una macchina, un treno, un elefante dello zoo; magari sono volati via. Lo spero per loro. Di fianco a me una coppia, giovanissimi, forse troppo, le cartelle sotto le sedie e si fanno foto, ridono, si baciano e si dicono ti amo, tanti ti amo. Si dicono ti amo come io dico sedano, dentifricio, cazzo, libro. Quando avevo vent’anni il mio libro preferito era “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”, una serie di racconti su gente che se la cava poco bene e di amori al limite del comprensibile; non lo leggo da almeno dieci anni. Con i ragazzini che si dicono ti amo, con i piccioni che volano via, con la sedia vuota qui di fronte quella domanda inizia a torturami come se non avessi mai smesso di pensarci. Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Forse quei giovani parlano delle foto coi telefonini, dei messaggi, dei ti amo fino alla nausea, dei baci sull’autobus. Forse Fabio parla di tornare a casa e preparare un caffè tutto speciale per lei, di trovare il letto giusto per il loro primo appartamento in affitto, del sorriso che fece lei quando le disse che aveva trovato lavoro in un bar del centro. Io invece non lo so più, vorrei rispondere come un personaggio del racconto, dire “ve lo dico io che cos’è l’amore”, ma non posso. Credevo di saperlo la prima volta quando giurai di non rifare gli stessi errori e credevo di saperlo la seconda quando li rifeci e furono la scelta giusta. La terza volta dimenticai di chiedermelo. Forse è per questo se ancora funziona, forse di amore non bisogna proprio parlarne. Forse amore non vuol dire proprio un bel niente.
Quattordici minuti senza risposte, me ne vado.
Tornato a casa ormai di sera lei è ancora in ufficio e so che non se la sta cavando bene. In cucina metto su l’acqua per la pasta, tiro fuori il sugo e mi verso un bicchiere di whiskey, in salotto cerco il libro di prima ma non riesco a trovarlo, seduto sul divano mi viene il terrore di averlo prestato a qualcuno, magari durante qualche festa, a qualcuno con solo un volto e dei discorsi già dimenticati. Lo ricordo benissimo, aveva la copertina arancione e sulla prima pagina c’era una dedica, “A Te”, ma non so per chi, l’ho comprato usato. Mi piace pensare ad una coppia dell’età di Fabio, 25 o 26 anni, con sogni, progetti e domande sull’amore. Lei lo ha regalato a lui, lei è quella fissata con i libri, lui è un pessimo lettore e preferisce andare al cinema, però il libro lo ha letto, ci sono diverse sottolineature, tutte frasi ad effetto ma difficili da trovare. L’acqua inizia a bollire. Poi chissà, uno deve aver spezzato il cuore all’altro, o comunque non deve essere finita bene, non vendi un libro che ti ha regalato se è finita bene e, soprattutto, non vendi Carver a meno che non ci sia un motivo serio. Lei la immagino come me, adesso, seduta in salotto a ripensare ad un libro importante le cui risposte non sono più così certe, a ripensare a lui e ai suoi film finlandesi di merda. Sicuramente sta sorridendo, e l’acqua bolle sempre più. Finalmente lei torna a casa, ha il viso stanco ma leggermente rilassato, la saluto, non dice un cazzo e va in bagno. Con una faccia che sembra una domanda stupida mi alzo diretto in cucina quando lei a passi pesanti mi viene incontro e mi abbraccia. Non dice un cazzo, mi abbraccia e basta. Mi abbraccia talmente forte da farmi male ai fianchi. L’acqua bolle rumorosamente, esce dalla pentola bagnando i fornelli mentre io e lei siamo in piedi, abbracciati e in silenzio, per un po’.
-Puzzi di whiskey.
-Ne vuoi un po’?
-Mh mh.
-E la pentola?
-Fanculo la pentola.
Quella sera poi andammo a letto senza più dirci niente, neanche una parola. Magari lei lo sa di cosa parliamo quando parliamo d’amore, magari lei ha la risposta pronta da anni, da quando ha letto il libro per la prima volta, ma non la voglio sapere. Quando parliamo d’amore, noi, non parliamo affatto.

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