Atti.

ottobre 12, 2012

Tenersi per mano finché si poteva, lasciarsi all’ultimo, senza avere il tempo di tornare indietro. Era sempre peggio, così, sempre una cesoiata sullo stomaco, un taglio netto dove già faceva male. Ho sempre pensato che l’importante fosse salutarla quando c’è ancora tempo per tornare indietro, salutarla un’altra volta, farlo meglio; e poi arrivare in stazione da soli, non lasciarle vedere il treno, non lasciarsi stringere su un binario vuoto, farsi chiudere le porte alle spalle con la scusa di non essersi accorti del tempo, quello che passa come una fucilata tra le costole.
Salutarsi in stazione è un atto di inevitabile egoismo.

Andava così: ci guardavamo nelle pozzanghere, gli ombrelli ci sembravano una cazzata e di certo a casa non ci pentivamo d’esser fradici. Prenderci tutta la pioggia che volevamo era un piacere che nessuno ci avrebbe tolto, né da soli né insieme né con altri poi, un giorno, ché le cose cambiano ma la pioggia no e arrivando restando o partendo è sempre qualcosa che servirà a differenza delle stazioni che quando arrivi sono bellissime e quando vai via sono una merda. La pioggia fa bene quando stiamo male e fa meglio quando stiamo bene e se la pioggia inizia a far male la si è condivisa troppo e certe cose non dovrebbero mai finire di essere proprie, di me di te di lui di lei; non c’è nostro senza il mio e il tuo e le cose, comunque, si fanno in due. Ci guardavamo nelle pozzanghere e capivamo che volersi bene significa guardarsi nel modo giusto, al momento giusto. Tornavamo a casa fradici ed era anche una scusa per ridere spogliandosi a vicenda.
Salutarsi sotto la pioggia e poi separsi per camminarci in mezzo da soli non è un atto di inevitabile egoismo.

C’è che lui arriva in stazione mentre piove e lei lo aspetta senza ombrello vestendo le pozzanghere di rosso con quel vestito scelto apposta. Ha camminato dieci minuti facendo il giro lungo per camminare di più, ha i capelli bagnati, sorride mentre lui terribilmente asciutto si bagna la faccia con le sue guance un po’ rosse anche loro. Stanno lì fermi mentre persone con ombrelli giganti corrono e si lamentano al loro fianco e altri sbuffano mentre per poco nella fretta non gli danno una spallata contro. Stanno lì, fermi, in mezzo al movimento, guancia sulla guancia, un sorriso che continua l’altro; stanno lì, zitti, in mezzo a chi parla troppo. Sanno entrambi che quella giornata non finirà bene anche se continuerà a piovere, sanno entrambi che così non va; lui sa che l’indomani quando andrà via lei in stazione ci sarà in quell’atto di inevitabile egoismo che non avrebbe mai fatto prima quando si era soliti salutarsi a metà strada sotto il portico, fare qualche passo e tornare indietro a bagnarsi le guance con il paio di lacrime che scendono e basta, senza rumore; lei sa che l’indomani quando lo vedrà salire sul treno sarà l’ultima volta che lo vedrà e che dopo, tornando indietro, lui non le mancherà affatto. Sanno entrambi che quella è l’ultima pioggia loro, di entrambi, ma fanno finta di niente e stanno lì, fermi, in mezzo al momento.
Salutarsi in stazione sotto quella pioggia è un atto inevitabile.

Una Risposta to “Atti.”

  1. Vale said

    Distruggi, come sempre.

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