Una faccenda seria

marzo 22, 2013

Lo diceva il libro che stava leggendo: “perdere è una faccenda seria”; ci si era soffermato più volte, spesso tornando indietro, come se il punto fosse tutto lì ma ci fosse ancora qualcosa di poco chiaro. Perdere è una faccenda seria, lo diceva il libro che stava leggendo da troppo tempo, gli piaceva così tanto che aveva paura di finirlo e ne leggeva un pezzo ogni tanto, rilleggendo i primi pezzi ogni poco; a volte pensava che se si potesse rigurgitare e rimangiare farebbe lo stesso con il cibo, immaginava che il principio fosse lo stesso, e in effetti tanto torto non aveva. Perdere è una faccenda e gli piaceva l’uso di “faccenda” al posto di qualsiasi altra cosa, tipo “cosa”, appunto; “faccenda” dava della concretezza alla cosa, si poteva sentire, si potevano immaginare gesti e parole e tutto il resto, e poi quel “seria”. Gli sembrava stupido sottolinearlo ma la serietà di certe perdite era innegabile e doveva essere presa con la giusta misura. Si creano contesti per i quali non tutto è come prima e non tutto quindi va trattato come prima; dopo una perdita le cose cambiano, e anche cambiare è una faccenda seria.
Il fatto è che dopo la sua, di perdita, quella frase gli attraversò la memoria come una freccia, con impareggiabile dolore. Stava tutto nel rendersi conto che perdere qualcosa, perdere una persona, non voleva dire perdere solo quella cosa; stava tutto nel rendersi conto che “perdere” ha tante sfumature, tutte efficaci. Quando lui aveva perso quella persona aveva anche perso con se stesso e quale fosse la competizione non lo sapeva, ma la sensazione era quella. Perderla per lui era stato uno di quei momenti da cui non si torna indietro, dopo cui il passato non si può più vomitare, né vedere, né pensare. Aveva perso la voglia, o forse la capacità, di gareggiare in quella competizione lì che non sapeva cosa fosse ma che gli faceva comunque schifo.

C’è un aneddoto legato a quel libro lì, una faccenda che lui aveva sottovalutato fino a quando non aveva pensato così tanto da mettere insieme tutti i pezzi, senza processo logico, quasi inconsciamente. Quel libro glielo regalò lei, il primo di una breve serie, e ora che ci pensava gli sembrava tutto terribilmente stupido. Non lo aveva letto quando era tempo, ma aveva fatto finta; le aveva detto una frase paracula tipo “carino ma dovrei rileggerlo, certe cose non mi sono chiare” evitandosi così troppe domande; era bravo a parlare di libri che non aveva letto, avrebbe dovuto fare il giornalista. Lo lesse a partire dal giorno esatto in cui lei se ne andò, tanto disperato da credere che così l’avrebbe tenuta vicina ancora un po’; un mese dopo scoprì che perdere era una faccenda seria; sei mesi dopo capì che perdere porta a cercare e trovare, entrambe faccende piuttosto serie.

La sua frase ad effetto preferita era “delle donne restano solo i libri” e di solito seguiva la storia di quando lei lasciò lui e lui trovò cose di cui si era dimenticato, di quando si rese conto che andare avanti era facile e che perdere era una faccenda seria, ma non per questo interamente negativa. Diceva tutto questo come se fosse rinato, come se avesse trovato una felicità prima impensabile, ma quasi tutti sapevano che non era vero. Perdere significava inziare ad accontentarsi, imparare ad adeguarsi, amare senza convinzione, scopare senza ricevere libri; cambiare era solo un’impressione, cambiare era dire “non sono mai stato meglio” e andare a casa a leggere quel libro, per l’ennesima volta, con il solo scopo di sorridere davvero. Perdere per lui era significato imparare a mentire con gli altri e a essere sincero con se stesso. Adesso qualsiasi cosa sarebbe accaduta poco importava, l’avrebbe affrontata con la stessa testa di cazzo di sempre, ricordandosi però che un po’ tutto, alla fine, è una faccenda seria.

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