Dediche

settembre 20, 2013

Nell’ultima pagina c’è scritto il tuo nome, tutto sbavato. Ad uccidermi ci si sono messe pure le pagine vuote, come se non fosse bastato tutto il resto; ci si sono messe pure quelle pagine bianche senza significato, senza significato per anni, per noi, ma che adesso per me, per ora, l’unico significato è ricordarmi di te. Prima neanche ci facevo caso al tuo nome in fondo ai libri, o alle dediche all’inizio, anche se erano per me, solo per me, o alle frasi alla fine di ogni capitolo. Scrivevi quel che avresti voluto leggere e quel che era giusto accadesse, secondo te, che nei libri non succede mai quello che vogliamo e ci tocca accontentarci. Tu no, tu di certo non ti accontentavi e che certe storie prendessero certe pieghe proprio non ti andava giù; allora inventavi, ti piaceva stravolgere i lieto fine, uccidere la gente, innamorare gli impossibili. Avevi tanta fantasia in quella testa di cazzo che avresti potuto trasformare la bibbia in un romanzo giallo e farlo andare bene comunque. Una volta mi hai detto che piuttosto di finire quel libro avresti strappato l’ultimo capitolo e non ti ho mai detto che quando l’hai fatto davvero ti ho trovata ridicola e non ti ho creduto neanche per un momento. Se ti interessa continuo a non crederci, ma non credo, e non credo nemmeno che tra tutte le storie che non ti sono piaciute, tra tutti i prologhi che hai bruciato, tra tutte le frasi che hai cancellato questa invece ti vada bene.  La prima volta che ti ho vista eri ubriaca, leggevi Salinger ad alta voce e nessuno ti ascoltava. Avevi appena letto le parole “in fretta e lentamente” quando ti sei lanciata contro la finestra e hai gettato via il libro, dicendo poi che non si può finire un libro con un avverbio è assurdo fa schifo non è all’altezza. Neanche ti conoscevo, già ti amavo, il libro nemmeno era tuo e quando ho provato a farti notare che fosse tradotto e non era proprio colpa di Salinger mi hai dato un ceffone e sei andata via. Ti ho rivista dopo due mesi, non ricordavi un cazzo, ho sempre omesso quell’ultimo dettaglio; volevo tenerlo per la giusta occasione. “Il giorno in cui mi sono innamorato di te mi hai tirato un ceffone”, ed eccola qui insomma, la giusta occasione, mentre ti aspetto per aiutarti a portare via le ultime cose. Anzi no magari non ti aiuto, vaffanculo, oggi la storia la cambio io.
Qui le pagine bianche sono finite e non ti ho lasciato spazio per dire la tua. Non barare, non cambiare il ricordo che ho di te, tanto la tua fantasia non riuscirebbe a fare di meglio.
Ah, il libro l’ho trovato sotto il letto, lo hai dimenticato quando sei andata via. È uno dei primi che abbiamo comprato insieme, sicuramente te lo ricordi, ma nell’ultima pagina c’è scritto solo il tuo nome, tutto sbavato, quindi è tuo. Quando l’hai scritto avevi le mani bagnate. Pioveva. Secondo me stavi piangendo.

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