Quella volta, un mio amico

dicembre 16, 2013

Era quel momento di una festa in cui quasi tutti se ne sono andati via e chi è rimasto si sta preparando a farlo. La musica è bassa come le tre o quattro conversazioni che si stanno concludendo in punti lontani della casa.

– Dovrei proprio andare adesso, mi sono svegliato alle cinque per prendere quel cazzo di treno.

Seduti al tavolo in cucina erano rimasti il padrone di casa, Davide, e un amico, Francesco, che non vedeva da mesi.

– Un’ultima birra insieme e poi te ne vai, dai, come quando non avevamo orari e stavamo più  male che bene.
– Bei tempi oh.
– Bella merda.

La porta si era ormai chiusa due o tre volte senza che lui avesse salutato nessuno ma di fare gli onori di casa lui di certo non ne aveva voglia e di fare una brutta figura di certo non gliene fregava molto, e fortunamente c’era lei che dopo l’ultimo invitato ha detto ciao ed è andata a letto.

– Non prendermi per un cliché se ti dico che la tua ragazza è una santa.
– Lascia perdere, mi merito due schiaffi più di quanto mi meriti lei. Tu invece ti sei ripreso, vedo, e non ho intenzione di toccare ancora l’argomento ma insomma, l’ultima volta che ti ho visto stavi una schifezza.
– Meno male che non tu non sei cretino come tutti gli altri che mi hanno più o meno fatto l’interrogatorio. M’è toccato rispondere male a più o meno a tutti ‘sti deficienti.
– Lo so, non si rendono conto, ma erano preoccupati tanto quanto.
– Mi fa piacere.

Le birre erano ormai finite ma nessuno dei due aveva intenzione di alzarsi da quelle sedie. Davide allungò un braccio, aprì la finestra e si accese uno spinello.

– Vuoi?
– Lo sai che non ho mai iniziato.
– Volevo solo assicurarmi che non avessi mai ceduto.
– Ti dirò, ogni tanto mi fumo una sigaretta, che forse è pure peggio.
– Fanculo se devi fumare fumati dell’erba, non quella merda.
– Lo so, ma per giustificarmi se vuoi ti racconto di come ho cominciato. Non è lunga.
– Eh, quello stanco sei tu, mica io.
– Vabbè, che cazzo. Era estate, luglio, stavo su un regionale veloce di quelli che di veloce non hanno un cazzo e si fanno kilometri e kilometri di campagna senza fermarsi in una stazione, giusto per dare un’idea di quanto siano trafficate. Insomma ero in viaggio da un’ora, saranno state le 9 del mattino, quando ‘sto cazzo di treno si ferma in mezzo al nulla all’altezza di un altro treno che viaggiava in direzione opposta. Da dove ero seduto io il finestrino dava proprio su quello dell’altro treno, potevo vedere i passeggeri, capisci? Come uno specchio dall’altra parte era seduta una ragazza stupenda, di quelle che piacciono a me con i tagli alternativi la gonna e gli anfibi. Tipo, non è che potessi vederle le scarpe, ma me l’ero un po’ immaginato.
– Io ti apro una birra eh.
– Te ne prego. Comunque, sta di fatto che questa dopo cinque minuti si alza e si mette a fumare dal finestrino, quindi mi alzo anche io ché mi pare di essere in un film e sai come sono fatto e per attaccare bottone le chiedo se ha una sigaretta, faccio un tiro e bon, è andata così. Il treno è ripartito poco dopo.
– Ma che vi siete detti, avrete parlato no? Non può mica finire così. Uno dei due s’è infilato nel treno dell’altro? Te la sei limonata, almeno?
– No, magari, a dire il vero non so nemmeno il suo nome. È stato tutto così estemporaneo che non abbiamo fatto in tempo a scambiarci nessun contatto. So solo che la amo.
– Come al solito.
– Stava leggendo Zadie Smith e quando le ho detto che è la mia scrittrice preferita mi ha risposto “sento che sarà anche la mia”. Dai cazzo.
– Sai dove andava? Da dove veniva?
– No, un cazzo.
– Sei il peggior conversatore che io conosca.
– Dopo la morte la mia unica certezza.
– Quindi il piano per ritrovarla qual è? Ti conosco abbastanza da vederti fare ricerche ossessive su facebook su gruppi tipo “mi piacciono i treni”
– Vaffanculo, c’era troppa gente.
– E allora, ci hai rinunciato dopo solo 4 mesi?
– Più di cercarla sui treni di quella tratta non so che fare, e non è che posso prendere due treni al giorno solo per trovare una ragazza.
– Beh l’avresti fatto.
– Beh avevo del tempo da perdere.
– Scrivi qualcosa sull’internet. Apri un blog. Scrivi l’aneddoto. Un racconto.
– E poi spero che cerchi su google “l’ho conosciuta sul treno + finestrino + toscana”?
– Tu lo faresti. 20 euro che questa è una matta come te, e poi l’hai detto tu che dal finestrino era come uno specchio. Magari non era solo un’impressione. Magari era un segno!
– Quando fai parlare la droga diventi bellissimo, Davide.
– Sono serio e in pieno possesso dei miei ragionamenti.
– Vabbè, un racconto, facciamo che ci penso, è un po’ che non scrivo.
– Scrivevi da dio, testa di cazzo. Intitolalo “quella volta un finestrino”.
– Lo sai che quasi quasi è pure bello. No, non ti darò questa soddisfazione, lo sai che sono geloso e possessivo e voglio prendermi tutti i meriti. Cristo che sonno.
– Senti fermati qui, ti sistemo il divano.

Dopo cinque minuti e un abbraccio si erano già salutati. Quando Francesco spense la luce la finestra della cucina era ancora aperta. Dalla strada arrivavano freddo e risate. Forse questa volta sarebbe rimasto ancora un po’.

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