Scartoffie

giugno 8, 2014

C’era una stanza, arredata a professionale, una di quelle con un quadretto di là, uno di qua, e in mezzo solo bianco da fissare quando ci si annoia, per vedere quello che passa davanti agli occhi.
Lui è in piedi davanti al quadretto di là, davanti al quadretto di qua, davanti alla finestra; è calmo, ma non vede l’ora di sedersi e farla finita.

– Di sicuro, quella, è la peggior natura morta che abbia mai visto. Se non la peggiore, la seconda. L’altro non è male invece, sembrava Hopper, da lontano.

Lei resta sull’uscio, un po’ sorride.

– Li fissavo da un po’. Nessun dubbio che tu ci avresti capito qualcosa.

– Io fissavo da un po’ te. Non ti sei mica accorto di niente.

Loro non si vedevano due mesi. Due mesi piuttosto lunghi, incasinati, per entrambi. Erano successe diverse cose che li avrebbero portati lì, eventualmente, nella stessa stanza tutta bianca.

– Ci sediamo e la facciamo finita ora, che dici? Insomma non sono bravo con le attese, lo sai.

– C’è quel baretto giù, prima del ferramenta, con le tende blu e i tavoli stretti, te lo ricordi vero?

– Inevitabilmente.

– Prendiamoci un caffè prima. Scendiamo un attimo, non ti sembra giusto? A me sembra giusto, dopo tutto.

Lei, c’è da dirlo, è sempre stata quella del caffè prima delle cose. Un rito, forse, un’abitudine, una maniera di stare meglio al mondo. Quelle cose che non ti fanno impazzire quando si pensa all’inadeguatezza di certe scelte. Secondo lui, il suo personalissimo modo di avere qualcosa di tutto suo.

– L’ultima che sono venuta in questa parte della città era proprio quel giorno lì, al bar. Non è ironico?

– Ci pensavo prima, tra un quadro e l’altro. Mi sono quasi perso per venire qui, sai, con l’autobus.

– Trentaquattro anni e nessuna intenzione di imparare a prendere un autobus. Che sollievo, certe certezze. A dirla tutta pensavo saresti venuto a piedi.

– Anche io ma insomma, avevo paura di arrivare in ritardo, avevo fretta, volevo sedermi. Nell’ora di punta. Con tre vecchi che vanno al cimitero…

– … ogni quattro stronzi con la cartella alle spalle. Certe cose non si dimenticano.

– Che stronzi.

Giù il bar era pieno, come lui sospettava già da prima di prendere l’ascensore. Non che fosse un gran problema, anzi, lui lì poteva pure non esserci, non era quel tipo di persona che sorride pensando al passato, e l’idea di prendere un caffè al volo al bancone era quello che sperava. Gli avrebbe evitato di doverle parlare troppo a lungo, superando quel limite dopo cui tutto inizia a sembrare di nuovo giusto.

– Me lo ricordavo un po’ più bello, ‘sto posto. Più luminoso. Il vetro là secondo me non era colorato, passava tutto. Ora niente.

– Il caffè però è buono uguale.

– Il più buono della città.

– Il più buono della città, anche dopo aver provato tutti gli altri. Va bene lo ammetto, aspettavo questo momento da quando mi sono svegliata. Ho cercato di non pensare ad altro, solo a questo profumo, solo a noi qui un’altra volta. Un quadretto un po’ retrò.

– Insomma, se c’era posto era meglio. Hai mai visto un quadro con la gente in piedi, al bar? Non mi pare, insomma, è raro. La gente nei quadri sta seduta, mica vuole passare l’eternità in piedi. Anche i pittori sanno essere pietosi.

– Vabbè, “insomma”, tu zitto non ci stai mai eh.

Senza dubbio il tempo stava passando più lentamente della prima volta che erano andati lì. Quella volta sembrava un attimo ma fuori s’era fatto buio, la gente era tutta uscita, il barista gli aveva fatto sapere che avrebbe chiuso a breve. Certo era inverno, certo era ancora uno di quei locali come una volta, che a cena si chiude, mica si fa l’aperitivo, ma c’era anche tutta un’altra aria, forse; o era l’aria, o erano loro.

– Quella maglietta.

– Mh?

– Quella maglietta. Dovevi proprio metterti quella maglietta.

– Cos’ha che non va, questa maglietta. È bellissima, la mia preferita, lo sai benissimo anche tu.

– È gialla. Gialla fluo. E quelle scritte sono viola, sai.

– Perché sono parole importanti e devono attirare l’attenzione, come i fiori che hai sulla gonna.

– Ma cosa cazzo dici.

– Sì dai, delle gardenie colorate che urlano guardami anche quando sono nel cassetto.

– Gardenie… Sono tulipani blu, chiaramente, e non urlano un cazzo di niente se non “coglione” a quelli con le magliette gialle. Ma poi come ti sono venute in mente le gardenie, dai, cazzo. Le conosci solo tu, le gardenie.

– Vabbè senti cosa ne so io di fiori.

– Dice molto, infatti.

– Eh?

– Niente.

Quello che non volevano accettare era quanto fossero cambiati, loro, in quei due anni, senza accorgersene; cambiati nel modo stronzo in cui ti cambia l’età, lasciandoti uguale e con sempre meno vie d’uscita.
Una sedia si era liberata. Due sedie si erano liberate. Il bar si svuotava, con calma, alle 3 del pomeriggio, mentre loro facevano finta di stare bene, in piedi, parlando da soli.

– Dovremmo andare su.

– Dovremmo parlare ancora un po’.

– Sì, ma dovremmo anche andare su

– Sono stanca di

– Anche io sono stanco, qualsiasi cosa tu volessi dire.

– Sono stanca di aspettare. Mi sembra di aver passato anni ad aspettare, anni ad aspettare te, anni ad aspettare con te.

– Abbiamo fatto del nostro meglio.

– Siamo solo due passeggeri, costretti a stare in piedi. Lo siamo stati per troppo tempo e me ne sono resa conto troppo tardi. Voglio sedermi, da sola. Voglio guardare fuori senza nessuno davanti a me. Voglio il mio posto, la mia direzione. Io non… parlare in questo modo è orribile, ma non so come altro dirtelo.

– Basta.

– Scusa.

– Ma ti pare il

– Scusa per non averti mai detto la verità.

Arrivati su firmarono i fogli del divorzio e si salutarono in fretta. Lei uscì chiudendo la porta, lui rimase nella stanza, dandole le spalle. Andò verso la finestra e l’aprì; prese una sedia e la poggiò lì vicino. Dalla strada saliva odore di pioggia.

 

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