The Half

settembre 24, 2014

Viene chiamata The Half la mezz’ora che precede l’inizio di uno spettacolo teatrale. Una volta annunciata, gli attori finiscono di preparasi nei camerini, da cui non usciranno prima dell’inizio dello spettacolo.

Quando venne annunciata la mezz’ora lei era già nel camerino, seduta sul pianale del lavandino, i piedi nell’acqua e le ginocchia tra le braccia. Ferma come chi aspetta che passi la pioggia. Negli occhi, lo sguardo perso in un angolo della stanza tornava di tanto in tanto al presente, seguito subito da un piccolo spasmo alla gamba sinistra. L’acqua schizzava fuori, e sul pavimento bagnato si rifletteva la luce rossa di uno degli specchi.

A quell’ora, il giorno prima, l’ultima prova generale era già finita da un pezzo, il teatro si era svuotato e lei si stava chiedendo se tutto quel dolore sarebbe servito a qualcosa. Quello che stava per mostrare al pubblico non era solo uno spettacolo, né una semplice espressione artistica. Era un’eredità e un pezzo di vita; un’idea di teatro che avrebbe spalancato i cuori di diverse persone e spezzato altrettanti, come la più irruenta delle storie d’amore scritta da chi non ha mai avuto il coraggio di smettere di farlo e iniziare a parlarne. Quell’opera, mai più riproposta, era tutto quello che la morte le aveva lasciato, prima che il tempo si prendesse anche quello.

A quell’ora, quarant’anni prima, sua madre stava per mettere in scena la prima dello spettacolo che le avrebbe cambiato la vita. Un’opera buia, un unico, lungo dialogo che partiva da un incontro e finiva nell’esplorazione della morale umana più vivida e crudele che quel palcoscenico avesse mai mostrato. Una prova di estrema difficoltà per un solo attore e una sola attrice. Non impossibile, ma pericolosa, soprattutto per chi in quella storia non era solo interprete ma protagonista. Dei due anni impegati a scriverlo, solo il primo fu felice.

Come sua madre, avrebbe diretto lo spettacolo, e come sua madre non avrebbe incontrato l’altra parte prima del suo inizio. Chiunque, ovviamente, le aveva dato dell’incosciente ed elencato i motivi per cui già una volta non aveva funzionato come avrebbe dovuto. Solo in pochi ne avevano capito l’importanza, gli unici che in quel momento stavano lavorando per lei, in quel vecchio teatro. Certo, aveva scelto l’attore, con cura, pensandoci mesi, ma delengando qualsiasi appuntamento e provino ai suoi collaboratori. Le prove si sarebbero svolte alternando i giorni, e le dinamiche si sarebbero preparate fidandosi, ciecamente, l’una dell’altro.

A un quarto d’ora dall’inizio dello spettacolo quello che sembrava un pensiero angosciante diventò improvvisamente un sollievo. Quello che le aveva insegnato sua madre, in tutti quegli anni passati tra camerini e teatri vuoti, era che se si raccontano storie reali e credibili tutto andrà sempre nel verso giusto, gli attori smetteranno di sembrare tali e il pubblico verrà travolto da un’altra prova di inesorabile esistenza. Per lei l’incontro tra realtà e finzione era inevitabile di fronte a un’opera scritta sinceramente, e portava con sé alcune delle poche emozioni che considerava degne di essere raccontate.
Scese dal pianale del lavandino, si asciugò i piedi un po’ raggrinziti e si mise le scarpe. Quel che restava del tempo lo spese fumando una sigaretta e pensando a sua madre. Prima di uscire dal camerino si bagnò le labbra con un dito di whisky.

Alla fine della mezz’ora, quando sua madre salì sul palco per la prima volta, lui era già seduto su uno sgabello, poggiato a un bancone, di spalle al pubblico. Le prime battute erano praticamente dei monologhi, e i loro sguardi non avrebbero dovuto incontrarsi prima della seconda pagina. Ma impaziente qual era, suo padre anticipò una battuta, lei si innervosì, e da lì lo spettacolo, come la loro vita, andò avanti senza un attimo di tregua.

(Saffron Burrows fotografata da Simon Annand per la serie The Half)

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